Pil: Fitch taglia ancora Italia, solo 0,1% in 2019

Fitch torna a tagliare le stime di crescita dell’Italia. Nel 2019, secondo il ‘Global Economic Outlook’, il pil del nostro Paese crescerà solo dello 0,1%, rispetto alla previsione dell’1,1% dello scorso dicembre, mentre nel 2020 la crescita attesa si riduce dall’1,2% allo 0,5%. L’Italia, dopo la Turchia, è stato il paese che ha subito la revisione più pesante del pil 2019, pari a un punto percentuale nel giro di un trimestre. Peraltro già a febbraio Fitch aveva tagliato le previsioni di crescita dell’Italia allo 0,3%.

Fonte: ANSA – http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2019/03/20/pil-fitch-taglia-ancora-italia-solo-01-in-2019_5a496e7b-a6b7-4c5c-ba83-253036c8b94b.html

Fitch taglia stime Pil 2018. Spread ai minimi da ottobre

Segnali positivi sul fronte dei mercati. Lo spread tra Btp e Bund cala a 278 punti base per la prima volta dall’inizio di ottobre scorso. Il rendimento del titolo decennale italiano è al 3,05%, il livello più basso da fine luglio. In netta discesa anche il tasso del titolo a due anni scivolato fino a 0,558%, ai minimi dal 19 luglio.

Intanto, però, Fitch taglia le stime di crescita dell’Italia dall’1,2% all’1% nel 2018 e dall’1,2% all’1,1% nel 2019 a causa dell’ “incertezza politica domestica” e dei “timori per il commercio globale”.

Fitch, si legge nel Global Economic Outlook, nutre dubbi sul fatto che l’allentamento fiscale possa spingere il pil nel 2019, sia “per le incertezze sui dettagli dell’implementazione” che “per i probabili bassi impatti moltiplicatori di alcune misure”.

Intanto arriva da un allarme sul fronte dell’occupazione: “Sono circa 53.000 le persone che dal primo gennaio 2019 non potranno essere riavviate al lavoro dalle Agenzie per il Lavoro perché raggiungeranno i 24 mesi di limite massimo per un impiego a tempo determinato. E’ l’effetto della circolare del Ministero del 31 ottobre che ha considerato compresi nelle nuove misure anche i lavoratori con contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della legge di conversione del Decreto Dignità. Lo si legge in una nota di Assolavoro che parla di “stima prudenziale”.

“Si tratta – si legge in una nota – di una stima prudenziale, approssimata per difetto, elaborata da Assolavoro, l’Associazione delle Agenzie per il Lavoro, con una proiezione sull’intero settore dei dati rilevati dagli operatori associati (circa l’85% del mercato)”. Assolavoro evidenzia che “nonostante le ripetute manifestazioni di disponibilità non c’è stato ancora nessun riscontro in generale e in particolare sull’interpello relativo proprio alla circolare n.17 del 31 ottobre 2018”. L’Associazione ribadisce la necessità di “correggere il tiro” a tutela dei lavoratori.

Fonte: ANSA  –  http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/12/05/fitch-taglia-stime-pil-2018.-spread-ai-minimi-da-ottobre_72ee282f-58b5-4edb-81fc-25ecaf435cb4.html

Incubo rating, i pericoli di un doppio downgrade dell’Italia

Lo spread che aumenta in modo esponenziale e una platea di compratori del debito pubblico che cambia, da subito, in modo radicale, lasciando spazio a hedge fund e fondi speculativi, portatori di una inevitabile recrudescenza della volatilità sul mercato azionario e obbligazionario della Borsa di Milano. Saranno questi i primi effetti di un’eventuale doppia bocciatura del rating sul debito sovrano italiano a fine mese, quando è atteso che si pronuncino Moody’s e S&P.

L’Italia al momento si trova due gradini sopra la soglia del non investment grade, categoria di imprese e Paesi molto rischiosi per la platea di investitori. Moody’s le assegna il rating Baa2, Fitch e S&P il voto ‘BBB’, mentre per Dbrs l’Italia è un gradino ancora più su, con il rating ‘BBB high’. Insomma, è considerata un Paese affidabile, in grado di onorare i suoi debiti e rimborsare gli interessi in scadenza. Se il giudizio dovesse peggiorare e finire anche a un solo notch dal livello ‘junk‘, gli effetti non sarebbero indolori.

Intanto perché “il premio al rischio non cresce in maniera lineare”, spiega Manuela Geranio, docente di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università Bocconi. “Lo spread – dice all’Adnkronos – aumenterebbe in modo più che proporzionale. Durante la crisi del 2008, nel passaggio da una tripla BBB a BB la crescita del premio al rischio è aumentata tre volte tanto. Non accade lo stesso nel passaggio da una A a una tripla BBB”.

Sugli effetti di un downgrade pesa molto anche l’outlook. “Di per sé, un declassamento di un’agenzia di rating può non essere un fatto sconvolgente, in certi contesti. Contano anche l’outlook, cioè le prospettive future, e l’aspetto corale di questa scelta, se cioè confermata dalle altre agenzie”, sottolinea a sua volta Antonio Cesarano, Chief global strategist di Intermonte.

Lo scenario peggiore è che al downgrade di Moody’s si sommi un outlook negativo, che dia prospettive di un ulteriore taglio del rating da qui ai prossimi sei o dodici mesi. Se poi a ridosso arrivasse anche un downgrade di S&P – il suo giudizio è in agenda il 26 ottobre – o anche solo una revisione in negativo dell’outlook, il mercato potrebbe cominciare a riposizionarsi. “Stare al limite dell’investment grade è molto rischioso perché il mercato tende ad anticipare le azioni delle agenzie di rating”, osserva l’analista.

L’eventualità provocherebbe effetti quasi immediati, anche se non meccanici. In primo luogo, possono cambiare le politiche di investimento dei grandi fondi internazionali, ossia fondi comuni o fondi pensione, che diversificano e mettono un tetto massimo ai titoli più rischiosi.

“Quando ci si avvicina a questa soglia, cambia il mercato e cambiano i compratori. Con un rating ‘junk’ – osserva Geranio – molti compratori istituzionali, soprattutto fondi comuni e fondi pensione, non possono più comprare perché hanno limiti in statuto su investimenti ad alto rischio. Da una parte il mercato si restringe, dall’altra cambiano gli interlocutori, un po’ più hedge fund e meno investitori stabili, come gli assicurativi, cosa che ci esporrebbe a una maggiore volatilità”.

Ci sarebbe poi da considerare l‘effetto scia che il downgrade di un rating sovrano porta con sé. Le agenzie di rating riuniscono i comitati e valutano le implicazioni del declassamento di un Paese sulle società residenti che emettono obbligazioni. Sarebbe, nel caso, quasi scontata una revisione per il settore pubblico (Comuni, pubblica amministrazione), per quello delle partecipate statali e soprattutto per quello delle banche, molto esposti sui titoli governativi.

Gli istituti italiani, secondo i dati di Banca d’Italia, possedevano a luglio 373,3 miliardi di Titoli di Stato in portafoglio, un numero in crescita di circa 40 miliardi di euro negli ultimi sei mesi.

“In questi casi, gran parte delle società, a ruota, subisce un declassamento del proprio rating. Quelle che hanno per lo più interessi all’estero potrebbero uscirne indenni, ma sono più l’eccezione della regola”, sottolinea Cesarano.

Quanto allo sguardo delle Authority europee nei nostri confronti non cambierebbe molto. Per le regole della Bce, sia ai fini del QE che ai fini delle operazioni di rifinanziamento con Titoli di Stato come garanzie collaterali (beni offerti in garanzia di un prestito, ndr), basta che almeno una delle quattro agenzie mantenga il Paese in area investment grade per continuare le operazioni.

“Questo è vero, ma – puntualizza Geranio – c’è anche il mercato interbancario e su quello italiano potrei aspettarmi una stretta”. Ovvero, “i titoli messi a garanzia, peggiorata la loro qualità, potrebbero subire un haircut, cioè un taglio del valore applicato alla garanzia”. Oppure, le banche “potrebbero aumentare il costo del funding, ossia dei finanziamenti, ammesso che vogliano ancora farne”.

A cosa guarderà Moody’s prima di decidere? “Sicuramente alla gradualità dell’implementazione delle misure annunciate dal nuovo Governo e agli obiettivi di riduzione del debito”. Nella nota del 20 agosto in cui l’agenzia americana ha annunciato che avrebbe aspettato la fine di ottobre per pronunciarsi, lo stallo delle “riforme strutturali” è citato come uno dei rischi significativi per una revisione del giudizio, insieme all’indebolimento dell’opera di consolidamento dei conti pubblici.

“A livello macroeconomico, i segnali sono positivi, anche il mercato del lavoro sta migliorando. Lo stato di salute generale dell’Italia rispetto al 2011 è migliorato e questo non dovrebbe giustificare un downgrade”. Tuttavia, ammette la docente della Bocconi, un taglio del rating “potrebbe essere legato solo alla capacità di questo Stato di far fronte agli obblighi e gli annunci che vengono fatti sul debito e deficit sono quelli che peseranno di più sulla decisione. Il nostro pregresso, purtroppo, conta più del nostro futuro”.

Fonte: ADNKronos  –  http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2018/10/06/def-pericoli-doppio-downgrade-dell-italia_jvyCCcsPUEzkHYALAj9LoN.html

L’economia italiana rallenta, Fitch conferma rating Italia

L’economia italiana rallenta. Nel secondo trimestre dell’anno il Pil è cresciuto dello 0,2% contro il +0,3% dei due trimestri precedenti e il +0,4% di metà 2017. Su base annua le cose sono andate un po’ meglio, con una crescita dell’1,2% che l’Istat ha rivisto al rialzo rispetto alle prime stime. Ma il ritmo non è comunque soddisfacente per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, che ambisce a numeri ben più alti, del 2 o del 3%, da raggiungere anche a costo, se ce ne fosse necessità, di sfondare il famigerato tetto del 3% di deficit. Parole che cadono in una giornata tesa sui mercati con lo spread in rialzo fino oltre quota 290 punti mentre Fitch rivede al ribasso le prospettive da ‘stabili’ a ‘negative’, confermando però il rating ‘BBB’. 

Per l’agenzia di rating il debito pubblico dell’Italia rimarrà ”molto elevato”, lasciando il paese ”più esposto a potenziali shock”. Lo afferma l’agenzia di rating Fitch in una nota, in cui sottolinea fra le criticità la ”natura nuova e non collaudata del governo, le considerevoli differenze politiche fra i partner della coalizione e le contraddizioni fra gli elevati costi dell’attuazione degli impegni presi nel ‘Contratto’ e l’obiettivo di ridurre il debito pubblico. Non è chiaro come queste tensioni politiche saranno risolte”. ”L’avversione di alcune parti del governo” dell’Italia ”nei confronti dell’Ue e dell’euro rappresentano un ulteriore rischio” per l’Italia. Nonostante questo ”riteniamo bassa la probabilita’ che il governo avanzi politiche che minaccino un’uscita” dall’Europa o la ”creazione di una moneta parallela”.”Non ci aspettiamo che il governo” dell’Italia ”duri l’intero mandato, e vediamo un aumento della possibilità di elezioni anticipate dal 2019”. Lo afferma Fitch in una nota, sottolineando come ”il rischio di elezioni anticipate renderà più difficile per i partiti fare compromessi che alienino le loro basi politiche”.

“L’agenzia Fitch lascia invariato il suo rating sul debito italiano.Riteniamo questa valutazione ampiamente giustificata alla luce delle attuali condizioni della nostra economia. Ovviamente c’è attesa che venga definito il Documento di economia e finanza del governo e che gli impegni di bilancio per il prossimo anno siano rispettati e le riforme strutturali già annunciate siano attuate”. E’ quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi.  “Siamo certi che ci saranno valutazioni integralmente positive, senza alcuna riserva, non appena questi impegni verranno ufficializzati nel Def in preparazione che confermerà l’impegno a proseguire nel percorso di riduzione del debito italiano, come peraltro già più volte comunicato, a realizzare efficaci prospettive di crescita economica e di sviluppo sociale del Paese”.

La frenata dell’economia italiana è dovuta soprattutto al calo delle esportazioni. Tra aprile e giugno le vendite all’estero di prodotti made in Italy sono diminuite dello 0,2% segnando un duro colpo per un’economia votata all’export come la nostra. Nello stesso periodo le importazioni sono invece aumentate di ben l’1,8%. I consumi non hanno registrato grandi sommovimenti, con un lieve +0,1%, mentre gli investimenti sono cresciuti di un significativo 2,9%. La certificazione dell’Istat complica i calcoli in vista della messa a punto della Nota di aggiornamento al Def e della manovra. La Nadef è quest’anno un documento cruciale considerando che le stime di primavera sono state fatte dal governo precedente, limitatosi a disegnare il quadro macroeconomico a legislazione vigente, senza nessuna indicazione di tipo politico. Entro il 27 settembre il Ministero dell’Economia dovrà dunque tirare fuori dal cilindro le nuove proiezioni, quelle del 2018, riviste e corrette alla luce del rallentamento economico, e quelle del 2019 entro le quali si dovrà muovere la legge di bilancio del prossimo anno. Il nuovo livello del deficit scritto nero su bianco nella Nota permetterà dunque di capire quali saranno a grandi linee i margini di manovra che Lega e Movimento 5 Stelle avranno per iniziare quantomeno ad implementare i punti cardine del contratto di governo: flat tax, reddito di cittadinanza, riforma delle pensioni. Proprio oggi la viceministra all’Economia Laura Castelli ha affermato che per il reddito di cittadinanza “siamo in zona cesarini, stiamo affinando il lavoro” confermando che risorse ci sono.

Ma, nonostante il gioco al rialzo portato avanti dalle due forze gialloverdi, Giovanni Tria rimane fermo sulle sue posizioni, le uniche che, secondo il responsabile del Tesoro, possono permettere all’Italia di approvvigionarsi sul mercato con una certa tranquillità, malgrado i recenti rialzi dei rendimenti nelle aste e nel mercato secondario dove lo spread è salito a 290 punti per il Btp decennale e oltre i 200 per i titoli a scadenza tra 24 mesi. Il debito dovrà continuare il suo percorso di discesa, probabilmente un po’ più lento rispetto al quadro tendenziale di aprile (al 128% del Pil nel 2019), ma indiscutibile. Allo stesso tempo non dovrà peggiorare il deficit strutturale, quello a cui guarda l’Europa e che influisce anche sull’andamento del debito. Nel Def il saldo era dato all’1% del Pil nel 2018 e allo 0,4% nel 2019. Non peggiorare quei numeri significherebbe avere un margine dello 0,6%, pari a 10 miliardi di euro, quanto servirebbe, più o meno, a sterilizzare gli aumenti dell’Iva. Le cifre sono tuttavia ancora aleatorie, suscettibili di modifiche visto che a cambiare sarà, con ogni probabilità, il dato sull’andamento dell’economia. Ad aprile si ipotizzava infatti una crescita all’1,5% ma, secondo lo stesso Tria, quest’anno non si dovrebbe andare oltre l’1,2% per poi scendere ancora all’1/1,1% nel 2019.

Il ministro tornerà dalla Cina domenica. Lunedì comincerà a fare il punto al ministero, dove si è già cominciato a lavorare a livello tecnico, e venerdì e sabato incontrerà i suoi omologhi europei e i rappresentanti della Commissione a Vienna, per Eurogruppo ed Ecofin. Ufficialmente l’Italia non è sul tavolo dell’incontro ma ciò non esclude che se ne possa parlare in via preventiva. L’Ue aspetta di vedere cosa sarà scritto nero su bianco sul programma di stabilità da inviare a Bruxelles entro metà ottobre, ma – all’ennesima ipotesi di sforamento del 3% prospettata da Giorgetti – ribadisce che le regole sono uguali per tutti, margini di flessibilità ci sono e l’Italia, si fa notare dalla Commissione, ne ha già usufruito. Annunciare che le regole non saranno rispettate può tuttavia essere un elemento di preoccupazione per l’Ue e anche per i mercati.

Fonte: ANSA  –  http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/08/31/pil-istat-in-secondo-trimestre-crescita-02_a019b9f0-2151-439a-b85a-bcff85ef9786.html

Fitch boccia il contratto Lega-5S

Il contratto di coalizione fra i “due partiti più populisti ed euroscettici italiani aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano” dell’Italia, “in particolare attraverso un allentamento fiscale e il potenziale danno alla fiducia”. E’ netto il giudizio dell’agenzia di rating Fitch in una nota sulla situazione politica italiana, ricordando come nell’aprile 2017 proprio “il rischio politico era stato un fattore chiave nel downgrade dell’Italia a ‘BBB’ “.

Pur ricordando come siano state ritirate da una bozza precedente alcune proposte che aprivano la porta alla “creazione di un meccanismo per l’uscita dalla moneta unica” sono rimaste nel contratto – si sottolinea – “misure che implicano un atteggiamento fiscale espansivo, accrescono l’incertezza sul settore bancario italiano e rendono più probabili scontri con le autorità della zona euro”.

Fitch evidenzia come “la piena attuazione degli impegni” – dal reddito di base universale alla ‘flat tax’ e alle modifiche all’età pensionabile – aumenterebbe significativamente il disavanzo delle amministrazioni pubbliche dal 2,3% del PIL l’anno scorso mentre “le proposte per un aumento delle entrate non compenserebbero questi impegni”: insomma, secondo l’agenzia di rating “il programma è incoerente con l’obiettivo dichiarato” di ridurre il debito pubblico.

Le posizioni dei due partiti populisti “aumentano il rischio sia di un ulteriore aumento del debito pubblico sia di una reazione destabilizzante da parte degli attori economici e dei mercati finanziari” aggiunge Fitch che sottolinea anche i possibili “danni alla capacità delle banche di sostenere la modesta ripresa economica dell’Italia”.

SPREAD SFONDA QUOTA 180 – Intanto non si ferma la corsa dello spread che ha superato anche la soglia del 180 punti: il differenziale fra Btp decennali e Bund – che aveva chiuso venerdì scorso a quota 165 – si attesta al momento a 182 punti, portando il rendimento del nostro titolo al 2,35%.

Le tensioni sul debito sovrano italiano si riverberano anche sui differenziali degli altri paesi mediterranei: ad esempio il differenziale dei Bonos spagnoli è salito di quasi 8 punti su venerdì, toccando quota 96 con un rendimento dell’1,50%. Quanto ai decennali portoghesi, lo spread è salito in una seduta di 15 punti a 145 punti, con un rendimento del 2%.

Fonte: ADNKronos  –  http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2018/05/21/fitch-boccia-contratto-lega_I0ConN0SeUlHYXHQcQGDgL.html