Per le partecipate «contra legem» incognita valore sulle cessioni obbligate

Per le partecipate «contra legem» incognita valore sulle cessioni obbligate
di Stefano Pozzoli
I termini di applicazione del famigerato comma 569 dell’articolo 1 della legge 147/2013, che imporrebbe la “cessazione” delle società estranee ai fini istituzionali dell’ente proprietario, stanno venendo a scadenza. Entro il 31 dicembre 2015, infatti, agli enti enti che lo hanno richiesto, nel rispetto del dettato di legge, dovrebbe essere liquidato il valore della propria quota. Come si ricorderà, la norma, limitatamente alle sole partecipazioni “vietate”, prevede due passaggi: anzitutto che sia stata svolta una procedura di evidenza pubblica entro il 31 dicembre 2014, per tentare di vendere le quote, e che questa sia andata infruttuosa. Successivamente la partecipazione viene a cessare «ad ogni effetto», termine giuridicamente di dubbio significato, stante che si tratta di diritti patrimoniali e che il socio ha diritti ma anche doveri, e deve essere liquidata in base ai criteri stabiliti all’articolo 2437ter, comma 2, del Codice civile, ovvero in ragione di una stima fatta dagli amministratori e che può essere contestata solo in via giudiziale (con rischio di oneri a carico del solo ricorrente).
Il correttivo con la retromarcia La disposizione, in verità, è parsa subito a tutti di interpretazione molto criptica, al punto che è stata integrata da una norma “interpretativa”, scritta nel successivo comma 569bis introdotto dal decreto enti locali (articolo 7, comma 8bis del Dl 78/2015) che però, purtroppo, è altrettanto poco chiara.

Proviamo ora a dare una lettura.

Anzitutto, il comma 569bis precisa che le disposizioni del precedente comma 569 «si interpretano nel senso che esse non si applicano agli enti che, ai sensi dell’articolo 1, commi 611 e 612, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, abbiano mantenuto la propria partecipazione, mediante approvazione di apposito piano operativo di razionalizzazione». In sostanza, se l’ente ha cambiato idea sulla «indispensabilità» della società ai propri fini istituzionali (!) la partecipazione «non cessa» o, meglio ancora, “resuscita” ad ogni effetto. Curiosamente, questo riguarda solo società «e altri organismi» (ma, notoriamente, il comma 569 si applica solo alle società e non ad altri organismi) aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi indispensabili al perseguimento delle finalità istituzionali (a però, appunto, non si applica il comma 569, che interviene sulle società vietate), anche solo limitatamente ad alcune attività o rami d’impresa (e proprio per questi ibridi, viene da pensare, è stata creata la norma “interpretativa”). Lasciamo perdere le sbavature.
Ultima parola all’assemblea

Soprattutto, il comma 569bis rompe l’automatismo della cessazione previsto dalla regola precedente, perché «la competenza relativa all’approvazione del provvedimento di cessazione della partecipazione societaria appartiene, in ogni caso, all’assemblea dei soci». In sostanza, non è il socio che voglia lasciare la società ad avere un potere discrezionale di recesso (e di fare cessare la partecipazione), ma l’assemblea nel suo complesso, che ovviamente delibererà a maggioranza, secondo quanto previsto da legge e statuto. La disposizione segue con una grida manzoniana di 28/10/2015 Per le partecipate «contra legem» incognita valore sulle cessioni obbligate http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com/print/ABwyt6u/0 2/2 scarso effetto: «Qualunque delibera degli organi amministrativi e di controllo interni alle società oggetto di partecipazione che si ponga in contrasto con le determinazioni assunte e contenute nel piano operativo di razionalizzazione è nulla ed inefficace». Rimane irrisolto, però, il vero problema, ovvero quello del valore della quota. Il tema può essere riassunto così: il Comune ha messo a base della sua procedura un valore di 100. Il Cda prende atto che a 100 le azioni non sono state vendute e propone 10. Potrà il Comune accettare questo importo, stante che la norma precisa che la valutazione è comunque di competenza degli amministratori e visto che contestare la stima in via giudiziale è molto oneroso e che spesso il gioco non vale la candela?

Bookmark the permalink.