Home Forum Pozzoli Risponde Quali gli indirizzi per la razionalizzazione delle società partecipate locali?

Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da Stefano Pozzoli Stefano Pozzoli 3 anni fa.

Stai vedendo 2 articoli - dal 1 a 2 (di 2 totali)
  • Autore
    Articoli
  • #276
    team
    team
    Keymaster

     

     

    Quali gli indirizzi per la razionalizzazione delle società partecipate locali?

    #280
    Stefano Pozzoli
    Stefano Pozzoli
    Keymaster

    Il 7 agosto scorso è stato presentato ufficialmente il documento “Programma di razionalizzazione delle partecipate locali” redatto da Carlo Cottarelli, Commissario straordinario per la revisione della spesa (o spending review), figura istituita dal Governo Monti e successivamente riconfermata dal Governo Letta. Il documento analizza la situazione delle migliaia di enti e società partecipate dalle Regioni e dagli Enti locali, e propone una serie variegata di azioni per razionalizzare il settore.
    Da tempo ci si domanda quante siano le aziende partecipate dagli enti territoriali? Oltre 6 mila come nelle analisi della Corte dei Conti? 8 mila come detto da Matteo Renzi? Addirittura 10 mila come ha scritto Cottarelli?
    La questione, in verità, non è il numero, bensì cosa fanno e se i servizi che producono valgono effettivamente quanto costano; ma certo la confusione resta sovrana, anche in termini di orientamenti della opinione pubblica: si oscilla tra i risultati del referendum per “l’acqua pubblica” (in realtà si trattava di una serie di quesiti che hanno fermato il processo di liberalizzazione in molti settori) agli eccessi moralistici contro le migliaia di “poltrone” garantite agli amici degli amici.
    Sul tema delle aziende partecipate Cottarelli ha dato senza dubbio un contributo di chiarezza, mettendo in evidenza l’importanza di alcuni servizi ed al tempo stesso illustrando la folta presenza di aziende pubbliche che, serenamente, continuano a svolgere attività che sono loro vietate dalla legge (art. 3, comma 27 e seguenti della Legge finanziaria 2008) perché non coerenti con le funzioni dell’ente controllante. Negli elenchi prodotti dal Commissario, infatti, si trova di tutto: dal commercio all’ingrosso (56 unità) fino ad arrivare a qualche enoteca.
    Il “Programma di razionalizzazione delle partecipate locali” di Carlo Cottarelli è un sobrio documento di 45 pagine, contenente analisi e proposte semplici e lineari. Certo, si possono condividere o meno le idee del Commissario alla Spending Review, forse persino sorridere delle scarse probabilità di attuazione delle sue proposte, pacate ma dirompenti, per ridurre il numero delle aziende. Può essere, in effetti, che, nonostante i proclami del Presidente del Consiglio, finisca come le altre volte, in un nulla di fatto. Però questo non dipende da lui, e non si può contestargli mancanza di razionalità e correttezza metodologica o di non avere dato risposta alla richiesta del Primo Ministro.
    Intanto, si devono registrare alcune “scoperte”. Chi si immaginava che ci fossero 3.000 società pubbliche con meno di 6 addetti o 1.300 aziende che fatturano meno di 100 mila euro? Oppure che esistessero quasi 2 mila aziende in cui la parte pubblica non raggiunge il 10% delle quote sociali o, ancora, che ci fossero ben 500 società controllate da enti che erogano servizi privi di rilevanza economica? E ci svela anche elementi positivi, che ridimensionano il problema e fanno vedere che ci sono Sindaci e Presidenti di Provincia che non stanno fermi: oltre 1.200 aziende sono già in stato liquidazione.
    Cottarelli, soprattutto, propone una tassonomia delle aziende che sarebbe davvero meritevole di uno sviluppo normativo, perché toglie di mezzo molte ambiguità. Divide le aziende partecipate in 4 categorie: strumentali (13%), prive di rilevanza economica (42%), servizi a rilevanza economica a rete (23%, ma rappresentanti il 60% del Valore della Produzione) e commerciali (22%). Non ci sono, si noti, altri servizi pubblici locali a rilevanza economica se non quelli a rete.
    La misura del fallimento dell’art. 3, comma 27 e seguenti della Legge finanziaria 2008 si ritrova soprattutto in quel 22% di attività commerciali (nel quali il Commissario fa rientrare anche le farmacie), che gli enti pubblici non avrebbero proprio motivo di esercitare.
    Cottarelli, ovviamente, non si ferma alle analisi, ma propone una serie di interventi, miranti a ridurre il numero delle aziende, e che partono da una riflessione dei fallimenti precedenti, tra cui proprio quello della Legge finanziaria 2008, avvenuti o per mancanza di reali controlli o, paradossalmente, per eccesso di vuoto rigore.
    Molti interventi sono di assoluto buonsenso, quale liberarsi delle micropartecipazioni o cedere o liquidare le aziendine, la cui inutilità è dimostrata dal basso fatturato. Altri di procedura: Cottarelli propone un sistema di checks and balances per la costituzione ed il mantenimento di aziende nel “portafoglio” dei Comuni, definendo un elenco di settori di intervento tipico (una sorta di puntualizzazione delle funzioni fondamentali, per dir così) ed un’ammissibilità condizionata da pareri terzi per gli altri casi.
    Ci si preoccupa, anche se frettolosamente, pure di individuare una soluzione per il destino degli occupati in esubero di queste aziende, prospettandone una parziale riassunzione negli enti, salvo superamento di un concorso, e di prevedere delle sanzioni per gli amministratori inadempienti. Su questo, però, è proprio la norma che ha chiesto al Commissario di occuparsi delle partecipate, l’art. 23 del Decreto-legge 66/2014, a immaginarsi (comma 1 bis), quali possano essere le conseguenze del mancato rispetto di queste indicazioni, dove si dice che il programma “è reso operativo e vincolante, per gli enti locali, anche ai fini di una sua traduzione nel patto di stabilità e crescita interno, nel disegno di legge di stabilità per il 2015”.
    Cottarelli, in sostanza, propone un percorso per tradurre in realtà la richiesta di Matteo Renzi, “#municipalizzate: sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000”, e dimostra che si potrebbe raggiungere l’obiettivo semplicemente mettendo a sistema principi che già si ritrovano nelle norme di finanza pubblica, ma che sono stati ogni volta rinviati, depotenziati o semplicemente ignorati.
    Gli eccessi che hanno portato a 10 mila società sono evidenti ed una riduzione, anche consistente, del fenomeno è utile e possibile. Ora la parola è al Governo, visto che anche di recente (notizia ANSA del 17 settembre 2014) il Presidente Renzi ha ribadito la sua intenzione: “Le 8 mila aziende municipalizzate italiane sono troppe, dobbiamo ridurle almeno ad un ottavo delle attuali”.
    Se questo è il quadro nazionale è giusto domandarsi anche cosa si potrebbe fare in Toscana dove, dai dati pubblicati da Cottarelli, risulta che esistono 600 aziende pubbliche di cui circa un 25% in perdita. Gli elenchi, come è stato fatto notare, presentano inesattezze e duplicazioni, ma non tali da spostare i termini del problema.

    Anzitutto, occorre riconoscere che la Toscana non è all’anno zero per quanto riguarda i servizi pubblici locali a rete (idrico, rifiuti, energia elettrica, trasporto pubblico locale e gas), dove, grazie all’attività di indirizzo della Regione ed alla collaborazione data dai Comuni, siamo molto avanti nel percorso di razionalizzazione e nella definizione di ambiti territoriali ottimali di area vasta o addirittura regionali.
    Quanto auspicato da Cottarelli (favorire i processi di aggregazione nelle utility) in Toscana è stato avviato da tempo ed è in parte è già una realtà consolidata. È mancata, semmai, l’ambizione di riuscire a creare una grande multi-utility toscana quotata in borsa, mentre altrove gli enti locali sono già presenti sui mercati finanziari: Roma, con Acea, Bologna ed i Comuni romagnoli con Hera, gli enti lombardi con A2A, ecc.
    In Toscana le criticità riguardano piuttosto le altre società, le commerciali e le cosiddette strumentali (quelle cioè che lavorano non per produrre servizi ai cittadini, ma per i comuni stessi).
    Anche su questo piano la Toscana non ha fatto certo peggio di altri, che hanno assai più abusato dello strumento societario. Resta però il fatto che problemi ce ne sono e che è necessario coraggio e determinazione per rimettere a posto le cose. Nessuno pensa che sia semplice vendere, ristrutturare o mettere in liquidazione delle società, per quanto (a volte) palesemente superflue. Ma sono scelte necessarie, dettate dalla ristrettezza di risorse ed anche dalle opportunità di sviluppo che, sul mercato, si potrebbero aprire.
    E’ tollerabile continuare a sovvenzionare società in perdita, vedendosi poi costretti a tenere alta la pressione fiscale e con il rischio di dovere rinunciare a erogare servizi essenziali? È possibile che i contribuenti debbano sopportare i costi esorbitanti di servizi altrove disponibili a prezzi più contenuti o farsi carico del rischio di impresa su attività non pertinenti con le finalità degli enti?
    Sembrerebbero domande retoriche, ma spesso non è così, per l’intrecciarsi degli interessi (a volte più che legittimi, come quelli di chi in queste aziende ci lavora) e grazie alla retorica del “tutto pubblico”, di cui ci si fa scudo per tutelare lo status quo.
    Però, i nostri amministratori locali devono realisticamente porsi il tema di come indirizzare le risorse pubbliche ai propri fini istituzionali. Ed agire di conseguenza.

Stai vedendo 2 articoli - dal 1 a 2 (di 2 totali)

Devi essere loggato per rispondere a questa discussione.