Home Forum Pozzoli Risponde Le nomine nei cda dopo il DL di riforma della PA

Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da Stefano Pozzoli Stefano Pozzoli 3 anni, 4 mesi fa.

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    Le nomine nei cda dopo il DL di riforma della PA

    #273
    Stefano Pozzoli
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    Con involontaria ironia, l’art. 16, paradossalmente titolato “Nomina dei dipendenti nelle società partecipate”, abroga l’obbligo di inserire nei consigli di amministrazione delle società partecipate proprio i dirigenti e gli altri dipendenti delle amministrazioni pubbliche controllanti previsto dal decreto spending review del 2012.
    Viene così completata la demolizione dell’art. 4 del DL 95/2012 del Governo Monti, che aveva avuto l’ambizione di portare alla liquidazione le società strumentali delle pubbliche amministrazioni (che si ritrovava al comma 1 dell’art. 4, abrogato dalla legge di stabilità per il 2014) e, oltre a ciò, di neutralizzare il ruolo di (presunti) poltronifici attribuito alle società pubbliche, riducendo drasticamente il numero di consiglieri nominati dalla politica, appunto attraverso le previsioni contenute nei commi 4 e 5 del medesimo articolo.
    Oggi, con il DL 90/2014, si ripristina, di fatto, la situazione previgente, consentendo alle pubbliche amministrazioni di nominare chi preferiscono, che sia o meno dirigente pubblico. La decisione, in verità, è condivisibile, e prende atto del fatto che l’inserimento nei CdA dei dipendenti delle amministrazioni controllanti ha creato problemi sia di coordinamento normativo con quanto previsto dal D.Lgs. 39/2013 in tema di incompatibilità, sia di sostanza, visto che, soprattutto nelle amministrazioni locali, sono sorti non pochi problemi di “convivenza” tra esponenti della organizzazione comunale ed amministatori esterni, spesso derivati più da un diverso stile di gestione che non da obiettive differenze di vedute o di interessi. Difficile e faticoso, ancora, è stato riuscire a trovare i dipendenti comunali disponibili ad andare, gratuitamente, nei consigli di amministrazione (e costringendoli per altro a pagarsi una assicurazione di responsabilità civile), con la conseguenza che vi è stata una crescente e forzosa diffusione degli amministratori unici .
    Al di là del merito, la norma è assolutamente oscura nella sua formulazione, perché richiede che 2 amministratori su 3 (c. 4) o 3 su 5 vengano (c. 5) siano “scelti d’intesa tra l’amministrazione titolare della partecipazione e quella titolare di poteri di indirizzo e vigilanza”. Una terminologia chiarissima nel mondo ministeriale, dove l’amministrazione che detiene la partecipazione è il Ministero della Economia e delle Finanze, mentre il Ministero “titolare di poteri di indirizzo e vigilanza” è di regola quello competente per settore. Del tutto incomprensibile, invece, per chi viene dalle amministrazioni territoriali, dove una distinzione di tal genere è inesistente, dal momento che esse di regola coincidono, a meno che non si pensi di dover chiedere alle autorità di ambito o di settore di concertare i membri del CdA, con evidente rinuncia al dovuto ruolo di terzietà rispetto ai soggetti gestori.
    Sarebbe stato evitabile questa confusione, che lascia per altro aperta la domanda su chi sceglie gli altri amministratori, anche solo abrogando i commi 4 e 5. Ma al legislatore, evidentemente, non sempre piace parlare chiaramente.

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